Gli Spazi e le Geometrie in cui transitiamo ci fanno vivere esperienze differenti…

Per alcuni, indipendentemente dall’esperienza, c’è sempre un rifugio interno che tutela e protegge. Per altri l’unico possibile rifugio è l’esperienza stessa, senza ulteriore riparo. La cosa interessante è osservare come arriviamo a scegliere lo spazio e la geometria che facciamo nostra anche solo per brevi istanti. Da questo iniziale movimento, che sia essa un’iniziativa, una risposta, un intento o un portale di accesso che abbiamo aperto inaspettatamente, il nostro percorso si allinea su una traiettoria precisa che si disegna nei suoi contorni. Ogni passaggio scaturisce dal passaggio pregresso, persino le deviazioni stesse. Ci avviciniamo o ci allontaniamo dal nostro Centro in maniera inesorabile, fino addirittura a caderci dentro, se è il caso.

La sensazione di caduta è simile ad una vertigine, ma senza altitudine apparente. Si tratta piuttosto di una caduta verticale dell’Essere che sperimenta se stesso come soggetto e oggetto della propria osservazione insieme: un incontro ravvicinato che non ha limiti di visualità e percezione. Vede ed è visto in una fusione gravitazionale.

Se la distanza dal Centro è ragguardevole la caduta è orizzontale: si tratta di un rimbalzo su tanti specchi diversi che divergono, pur convergendo su un unico intento comune. Ogni specchio è un’occasione per realizzare e accorciare le distanze, ritornare sui propri passi e abbandonarsi alla sensazione di caduta verticale che tanto spaventa.

Oppure può essere ignorato il suo rimando e infranto con sofferenza, pur di rimuovere l’ostacolo. Lo specchio successivo tuttavia si farà più grande e insistente, nel restituire un’immagine spezzata.

Qual è la geometria corretta? Occorre osservare il punto di partenza, il movimento che dà inizio alle danze del vivere, anche fosse un gesto impercettibile che apre un varco e lo attraversa, superando una soglia.

 


L’aria della notte ha sempre un profumo particolare, come se risentisse del letargo degli esseri umani e liberasse totalmente gli umori della natura.

Nello spazio di poche ore aveva piovuto a dirotto e l’odore di erba bagnata si mescolava a quello di una leggera nebbia.

Appena fuori dal centro cittadino, in un’oasi di tranquillità a metà tra un pieno e un vuoto, anche la respirazione assumeva un ritmo armonioso e lineare, quasi privo di quegli strappi tipici dell’affanno quotidiano.

Il rumore del clacson della macchina parcheggiata a fianco portò in secondo piano la sua attenzione verso le proprie sensazioni.

“Beviamoci il bicchiere della staffa. Cerchiamo un bar qui vicino”

La sola idea di tuffarsi in una dimensione diversa da quella che poteva essere l’intimità dei suoi pensieri un po’ assonnati le procurava un certo fastidio, ma lasciò che non fosse l’idea ma una sensazione più ancestrale a guidare il suo assenso o dissendo, pur sapendo di essere in minoranza.

Alla prima vampata di calore liberata dall’andirivieni dei corpi accaldati del locale si sentì avvolta da un’ondata di frenesia. La musica accattivante e l’atmosfera frizzante del locale la predispose a mantenersi vigile ancora per un po’, nonostante il torpore iniziale.

Diede uno sguardo ai volti che la circondavano e, memore dei discorsi pregressi, provò ad immaginare una massa di corpi inerti spinti verso il nulla. Improvvisamente privati di individualità, di personalismi e di confini: solo un enorme corpo indistinto proteso verso la meta sconosciuta. Una sorta di compassione mista ad un brivido di vertigine le procurò un sorriso di fronte a quest’immagine nichilista: la forza distruttiva di Thanatos. 

Un dialogo serrato tra una giovane coppia attirò la sua attenzione al punto da dimenticarsi opportunamente della sua virtuale rappresentazione.

Protesa verso il bancone si mise in ascolto furtivo cullata dalla musica ad alto volume, che rendeva meno visibile la sua momentanea alienazione: Nightwolf- Sunset Mission.

Nonostante fosse difficile udirne distintamente i contenuti avvertiva un che di sensuale nei loro scambi, una tensione maliziosa che si scorgeva persino nella posizione dei loro corpi; vicini appena senza toccarsi, l’uno accanto all’altro con un solo punto di contatto apparentemente involontario ma estremamente complice. Il trionfo di due individualità che si stagliavano sulla massa indistinta e informe, l’espressione di due storie che si incrociavano, si sfioravano e desideravano semplicemente “essere” l’uno per l’altra: la vitalità prepotente di Eros.

Ritornò idealmente all’immagine del branco proteso verso Thanatos a simboleggiare la ribellione della natura, l’istinto selvaggio imponderabile che sfugge al nostro controllo fino ad annichilire e distese allo stesso tempo la sua fantasia verso il prosieguo della serata per quelle due anime complici. Scorse i loro corpi pulsare nel trionfo dell’estasi di Eros e della sua prepotente forza di rigenerazione, un modo per sottrarsi alla fine volendo dilatare all’infinito il tempo.

In mezzo a questi due estremi riposa la Vita, il passaggio attraverso le sue varie tappe lasciandone un’impronta: marchio di qualcosa di imperituro.