Resa è Ar-resa rispetto a noi stessi.

Arriva improvvisa come un acquazzone estivo carico di aspettative, trattenuto a lungo tra la terra e il cielo per raccogliere tutte le gocce disponibili a garantire sollievo.

Arriva quando si è smesso di cercare affannosamente un punto di appoggio o una direzione affidabile tra la folla confusa di domande aggrovigliate.

E spesso indecifrabili sono anche le indicazioni che s’incontrano ai crocevia, lì a segnare uno stop tra un prima e un dopo troppo evidente per essere ignorato.

Quel segnale apparentemente insignificante acquista un peso e una misura da non oltrepassare senza consapevolezza. Come un antico gioco, ripetuto varie volte da bambini, con l’innocenza propria di chi è ancora privo d’interferenze: la rappresentazione del “mondo” disegnato con pochi quadrati dai confini netti, delimitati da spazi simmetrici.

Il lancio della pietra come proprio contrassegno richiede già un momento di attenzione: è necessario che atterri all’interno dello scomparto senza toccare la linea o rimbalzare fuori.

Il percorso si completa in andata e ritorno senza pestare la riga, restando in equilibrio. In bilico tra un pieno e un vuoto, tra un respiro e l’altro. In sospensione e in attesa di attraversare tappa per tappa l’intero tragitto. Di attraversare passo dopo passo l’intero “mondo” da un campo all’altro, mantenendo la propria centratura per non cadere e perdere il turno.

C’è una sacralità, nel caso di errore, nel rituale di ripartire dal punto di cedimento, dal momento di perdita di equilibrio. Quasi a far sbocciare una nuova opportunità di ripetizione che rimette in “gioco”.

La perfezione può arrivare solo accogliendo numerosi inciampi e lezioni da apprendere.

I giochi dei bambini hanno sempre un senso, integrato solo quando ci si dà il permesso di viverlo senza preoccupazioni per la ricompensa finale. Nel puro e semplice divertimento dello sperimentare ciò che accade nel qui e ora, senza il cicaleccio stonato del giudizio.

Curioso che si sia chiamato “mondo” un gioco che di serio non ha nulla, se non la leggerezza.

Poco importa che abbia tanti sinonimi e varianti, a seconda delle geometrie in cui si svolge: tutte sfumature di un unico senso, o senso unico, per chi ama i giochi di parole.

Arriva quando il percorso è completato e il proprio contrassegno riposto per il successivo gioco, in una staffetta scandita dai tempi del respiro, quando si espande in un ritmo sincronico. Perché anche il respiro ha i suoi ritmi differenziati e bisogno di riconoscimento, che non va dato per scontato. Tutto ciò che accade senza indispensabile controllo, richiede comunque presenza e ascolto.

Entra disegnando un movimento circolare che ha bisogno di fare molti giri prima di inabissarsi; per smussare tutte le ferite che una linea retta -o diritta- condensa nel suo incedere rapido e omogeneo, senza pause. Si perde, nel suo espandersi dentro fino a portare rinnovamento dove trova più resistenza; dove l’accesso è permesso solo attraverso un avanzare distratto, che si dimentica di verificare le coerenze.

Fuoriesce quando meno lo si attende, e il suono assomiglia più ad una brezza leggera che a raffiche di vento. Per questo, forse, rischia di passare tante volte inosservato.

Arriva, tra un battito di ciglia e l’altro, come ad irrorare la visione di umido colore. Una pennellata tracciata su un foglio poroso, che lascia un’impronta abbastanza lieve per non rompere una geometria precisa. Che il troppo rovinerebbe, perché anche l’opacità vuole il suo spazio in mezzo a tante sfavillanti evidenze.

Arriva, e ha un profumo intenso. Di quelli che si sentono sostando vicino alle radici di alberi secolari; lì da innumerevoli stagioni nella bellezza dell’immobilità vitale, a sfidare l’intorno che procede in un vortice frettoloso di mortificazione.

Arriva, e ci coglie così, come nudi senza la terra sotto i piedi a sorreggere il peso di un cielo denso che ci cade addosso. Ma con il riparo sicuro della nostra innocenza. Esuli in un certo senso, perché privati di convinzioni e pre-giudizi che non servono più. Come fluttuanti nel mare della vita che finalmente fluisce tutt’uno con le circostanze.

Arriva finalmente, la Resa Ar-resa.


E ci si Ar-rende.

Ci si arrende alla Forma, ad abitarla, a incarnarla.

Ci si arrende alle sue Leggi, al Principio che la sovrintende.

Ci si arrende e le si rende merito di guidare il nostro cammino

Ci si arrende come la Notte si arrende al Giorno che pur contiene tutte le sue Stelle.