“Naufragar m’è dolce in questo errare…” prendendo in prestito un verso che contiene la vita, nella sua intensità e nel suo mutamento continuo.

Naugrafare come frutto di impulsività, di paure, di impazienza, di orgoglio. Oppure di azioni iniziatiche e rivelatrici.

Naugrafare in schemi ripetuti che si attorcigliano l’uno sull’altro e poi ci fanno crollare a picco, ci fanno inabissare in fondo, senz’aria. Errori come risultato di un errare, di uno sperimentare, di un vagare nella vita che altro non è che fare esperienza, concedendosi.

Errori erranti in cui si vede specchiato il nostro percorso di crescita, di maturazione, da cui nascono le nostre scoperte.

Errori come cerchi concentrici che propagano i loro effetti sulla superficie della vita e allargano i nostri orizzonti di consapevolezza.

Errori che ci riportano al Centro, al punto in cui tutto riparte incontrandoci rinnovati e pronti per il prossimo primo passo.

Errori che ci lasciano a volte le loro cicatrici come fossero memorie impresse anche sulla carne: in alcuni casi prendono anche delle forme riconoscibili, dei simboli, delle geometrie sacre che rispecchiano persino i percorsi che ce li hanno portati addosso, marchi indelebili anche se sbiaditi con il tempo.

Errori che, se sono memorie, sono anche moniti, rimproveri quasi ma di quelli benevoli, propizi per la nostra evoluzione e ci accompagnano benevoli al traguardo.

“Naufragar m’è dolce in questo errare…”

Se sono sfregi invece ci lasciano un sapore amaro in bocca che difficilmente se ne va anche con tutte le medicine e i rimedi; si camuffano, si coprono, si tenta di dimenticarli ma riemergono sotto altre vesti e dentro altri tracciati quando meno ce lo aspettiamo. Perché serbiamo rancore e risentimento non digerito e non compreso, rifiutando la lezione che con lo sfregio arriva come beneficio e come salvezza.

Si tratta di sapere guardare da una prospettiva che non giudica in base alla morale comune il bello e il brutto come categorie, il bene e il male come rigidi contorni, ma è in grado di aprire la visuale ad uno sguardo più ampio, che respira di innocenza.

C’è chi erra più di altri, perché vagabonda nei meandri dell’essere senza peccare di presunzione o di avarizia. Non si tratta di imperizia o di disattenzione: si tratta piuttosto di un addentrarsi necessario che si nutre di varietà umana. E non si schiva.

C’è meno rischio che deragli chi per natura è in errore, piuttosto che chi raramente è fallace. C’è una flessibilità propria dell’errore che si muove nelle curve della vita e sa smussare gli angoli acuti: Qualità che raramente possiede colori che procede in linea retta senza deviare, sicuro ma privo d’inventiva nell’affrontare l’imprevisto che lo coglie impreparato.

Errori, che già nella parola portano saggezza o incomprensione allo stesso tempo, creando un bivio. Sapendo scegliere il giusto svincolo alleggeriscono oppure appesantiscono il fardello, inesorabilmente.