C’era una volta un uomo che era stato un bambino.

C’era una volta un bambino che aveva nascosto un segreto. Avere nascosto un segreto è diverso dall’avere un segreto nascosto.

Sì, perché il passare delle stagioni, degli anni e delle rinunce gli avevano fatto dimenticare quel nascondiglio. E la memoria non gli veniva in soccorso facilmente: era anch’essa nascosta, sepolta dal tempo e inabissata sotto le onde tumultuose del vivere quotidiano.

L’abitudine lo aveva assuefatto ad un punto tale da non ritrovare più la strada della sua Anima. Conosceva alla perfezione tante strade, vicoli e svolte percorsi in lungo e in largo con le sue note in testa. Ma gli mancava di tornare all’origine, a quell’inizio da cui tutte le strade avevano preso avvio, per poi biforcarsi in mille diramazioni.

C’era una volta un uomo che era stato un bambino.

Che si sentiva già uomo pur essendo ancora cucciolo.

Guardava il mondo con aria sorpresa, con aria indifesa, pur sapendo di essere forte.

Sapendo di essere un sopravvissuto all’ineluttabilità della vita, che ci domina senza essere dominata e lancia, a volte in controsenso, i suoi dadi sul tavolo da gioco mentre noi facciamo la nostra puntata. Fortuita o fortunata che sia.

La sua forza era immensa come il temporale in piena estate o il sole in una giornata d’inverno: la forza dei contrasti che si rincorrono senza afferrarsi.

C’era una volta un uomo che era stato un bambino.

Un bambino che giocava da solo, e amava scavare con le mani nella terra.

Nella terra seminava i suoi desideri, più in fondo che poteva perché nessuno li trovasse anzitempo. Solo il cielo che osservava dall’alto era il suo testimone e le nuvole trasportate dal vento sussurravano a luoghi lontani la sua storia.

Sulla sua buca pianse a lungo e ripetutamente, finché sopra la terra crebbero dei timidi germogli, nutriti dalle lacrime e riparati dalle intemperie. E lui li andava a visitare di tanto in tanto, assegnando un nome ad ognuno.

Conosceva la magia delle parole già da allora ma le usava con discrezione e parsimonia.

C’era una volta un uomo che era stato un bambino.

Che poco a poco dimenticò:

I germogli,

i nomi,

i desideri,

il pianto,

il vento,

la buca,

il suo segreto

E si nascose dentro se stesso nel tentativo di trovare di nuovo tutto ciò che aveva perso.

Alcune cose le ritrovò, altre cambiarono aspetto e non le riconobbe subito; altre ancora gli appaiono ora solo quando cala il buio, che li copre sotto coltre scura e li sfida a nascondino tra le ombre.

Di ciò che ha ritrovato racconta, con le stesse parole di un tempo, solo meno acerbe.

Di ciò che non riconosce del tutto domanda a chi gli offre uno spazio di silenzio attento, facendo finta che non sia importante la risposta. Solo per paura che prima o poi gli arrivi dritta, come saetta, a far danzare il cuore.

Di ciò che cerca intona un canto, come fosse una preghiera nostalgica che arriva lontano, che invoca, che spera che il vento riporti l’eco da posti dimenticati.

C’era una volta un uomo che era stato bambino.

E aveva paura degli orchi, dei mostri, dei sogni sudati e della notte che avvolgeva gli oggetti nascondendo i contorni.

E così lui li immaginava animarsi intorno improvvisamente impazziti, come soldatini armati pronti a dichiarargli guerra a sua insaputa.

Ma a lui bastava alzare il lenzuolo bianco e diventare invisibile, diventare invincibile e gridare il suo inno: io sono più forte, e vi vinco!

E i mostri si piegavano ubbidienti al suo volere, senza battere ciglio: riconosciuti, onorati, ma caduti con onesta lealtà.

C’era una volta un uomo che era stato bambino.

Che ora è un uomo.

Che vorrebbe tornare bambino, quando non si riconosce Uomo.

Quando teme, se freme, quando ama, se trema, quando ha visto e quando conosce.

Se tutto sembra crollargli dentro, sebbene non gli crolli addosso, solo perché sorretto dal trascinarsi di una frenetica quotidianità.

Quando sente la sua forza innocente cresciuta, il temporale trasformato in tempesta e il calore in incendio divampante.

Se vuole rifugiarsi in una buca ormai troppo piccola per essere un nascondiglio e al suo nuovo riparo deve ancora dare un nome.

Quando leva in alto il cuore ma non riesce a staccarlo da terra per timore che cada a pezzi.

Se controlla battito, sangue, respiro, pensieri, parole e ricaccia tutto dentro piuttosto che vomitarlo addosso alla vita che gli tende le mani.

Quando sospira sottovoce, nonostante abbia fiato per far volare aquiloni.

Se tace, invano, perché gli hanno insegnato a non fare baccano.

Quando riempie di sale le sue ferite amare, anche se per guarire gli basterebbe arrendersi a se stesso e lasciarsi sbocciare.

Se aspetta affranto un’ispirazione che sfuma, un sogno addormentato che va resuscitato, prima che svanisca, prima che perisca, prima che ritorni ma sotto forma di rimpianto mai vissuto.

Quando…e se… nel guardare se stesso, accetta finalmente di chiamarsi Coraggio.