L’8 Ottobre stavano lì a guardare dall’alto i treni sui binari, in quell’intervallo di tempo che separa un arrivo da una partenza e sembra scorrere inesorabilmente in accelerazione.
Sono seduti vicini, fino a toccarsi, nutrendosi di sguardi l’uno con l’altra; lei vorrebbe accarezzargli i capelli, scompigliandoli, per poi annusarne l’odore e respirare il senso di quell’immagine istantanea, a tratti sconsolata e ad altri trattenuta, come in una tela antica.
Lei lo guarda con la fierezza di sempre, dalle profondità della sua anima coraggiosa che ha imparato a riconoscere i tranelli sottili della paura, quando si mangia le parole vere.

Si avviano verso il binario mano nella mano, quando all’improvviso lei si arresta senza interrompere la stretta.

Si fa avvicinare e baciare; un bacio lungo e nostalgico, che le restituisce in sequenza i fotogrammi di un pomeriggio di tempesta, a tratti soleggiato.
Poi si stacca e lo guarda dritto negli occhi affidando al silenzio il suo desiderio. Quindi si allontana tra la folla, il corpo ardente di un fuoco vivo e la sensazione di avere gli occhi di lui immobili sulla sua sagoma sempre più irriconoscibile, tra i tanti passanti.
Non si volta per un bel pezzo di strada, tenendo la mano stretta a catturare quel margine di speranza che separa la paura dal sentimento, sulla linea dell’orizzonte che già è carico di notte.
L’8 Ottobre le strade della città sono piene di gente che va e viene, per ricominciare una nuova settimana.

Lei va, anche se vorrebbe tanto tornare, tornare a sognare, tornare a sentire, tornare a vedere dove sta la fine e dove si ricongiunge con l’inizio, in quel cerchio che sottilmente unisce i capi, seppur lontani.

Lui torna ma senza andare, andare dove lo porta il sentire, il vedere, il ricordare quella sensazione di familiarità che lo veste di nuovo e quell’odore di pioggia che gli inzuppa l’anima.